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salva invia
13 Novembre 2009
A trenta secondi dalla fine
Sia stato per la lacunosa e confusa campagna governativa di informazione e prevenzione, che dava adito a ogni tipo di dubbi, sospetti e dicerie, sia stato perché così sempre accade nel sopravvento d’un male di cui pur conoscendosi empiricamente gli effetti non sono definite scientificamente le cause e il popolo si abbandona al mistero perdendo ogni nesso di razionalità, accadde che si moltiplicarono i medicanti improvvisati con le loro ricette. Sostanzialmente, con una distinzione grossolana, le teorie della diffusione del contagio si dividevano per «le vie di sopra» e «le vie di sotto». Immaginando una figura umana per intero – tipo l’uomo vitruviano di Leonardo, che un po’ di umanesimo non guasta mai in queste cose – vi era, cioè, chi sosteneva che il male si propagasse attraverso gli arti, gli orifizi, le mucose che nel corpo umano stanno sopra la linea dell’ombelico, e quindi via le attività superiori che l’uomo compie a mezzo d’essi, e chi, al contrario, sosteneva che accadesse attraverso gli arti, gli orifizi, le mucose che si trovano al di sotto e quindi via le attività inferiori. Il professore Fernando Sostegni, illustre epidemiologo, nonché responsabile per l’Amministrazione comunale del Comitato di monitoraggio sulla diffusione del contagio, sosteneva, per capirci, che le lacrime, il bacio, e persino i capelli fossero focolai di epidemia, mentre il professore Luigi Tumorini, a sua volta altrettanto illustre epidemiologo, sosteneva che fossero lo sperma, la merda, e persino i piedi, i mezzi con cui il male si propagava. Come sempre, insomma, ci si divideva fra spiritualisti e materialisti, fra metafisici e naturalisti, fra l’anima e il buco del culo. A seconda della scuola di appartenenza, si preparavano unguenti e medicamenti: così, se quelli delle «vie di sopra» consigliavano di indossare mascherine per tutto il giorno e la notte, quelli delle «vie di sotto» suggerivano pannoloni da incontinenza; se i primi vietavano cellulari, microfoni e auricolari d’ogni sorta, i secondi obbligavano agli stivali allacciati, o meglio ai doposci, qualunque fosse il clima; se i metafisici erano contro i convegni, gli incontri, i meeting, dovunque insomma si dovesse prendere la parola, i naturalisti compilavano diete ipocaloriche e lesinavano i liquidi per non far cacare e pisciare; se gli immaterialisti radevano la testa, i materialisti tutta la zona del pube. Come da millenni a Roma, nacquero spontaneamente dei partiti, per dare forza all’una o l’altra ideologia del virus, e battagliavano e manifestavano l’un contro l’altro, accusandosi reciprocamente d’essere causa, con le loro pratiche balzane e sconce, di aiutare la diffusione del contagio: ne nacquero delle risse gigantesche, in cui quelli di sopra colpivano tra le gambe gli avversari, e quelli di sotto miravano direttamente alla testa.
Le cose si complicarono quando si fece avanti un’altra scuola di pensiero, quelli delle «vie di mezzo», quelli che, e ce ne sono sempre, nei momenti di crisi si provano a unire il diavolo con l’acqua santa, la sinistra con la destra, la riforma con la rivoluzione. I «centristi» – così furono presto popolarmente definiti – non avevano però sufficienti seguaci da riuscire a imporsi con le loro teorie su tutta la città e decisero di muoversi a macchia di leopardo, appoggiando qui quelli delle «vie di sopra» e lì quelli delle «vie di sotto», adottando qui e lì dei protocolli differenti in cui si contemperavano le indicazioni. Accadde così che a Torpignattara si girasse tutti con una bandana tirata su fino al naso, mentre a Bufalotta le farmacie e le Asl non riuscivano più a coprire la domanda di pannoloni; che a Tiburtino III ci fosse un crollo nella vendita di cellulari mentre a Cinecittà rubarono un container proveniente dalla Cina di stivaloni di gomma alti sino alla coscia, di quelli che usano i pescatori, che nei giorni successivi invasero e saturarono il mercato; che all’Infernetto le ragazze indossassero il burqa, mentre a Tor Tre Teste andavano in giro scollacciate; in ogni caso, a Torpignattara come alla Bufalotta, a Tiburtino III come a Cinecittà, all’Infernetto come a Tor Tre Teste, venivano adottate le cinture Gibaud da tenere sempre, che era la ricetta miracolosa dei «centristi».
L’ultima trovata veniva dall’ospedale Bambin Gesù dove avevano condotto un esperimento tra i pazienti, il personale sanitario e i visitatori a cui veniva dato un chip che registrava i «faccia a faccia», per calcolare quale fosse il tempo di esposizione in un contatto ravvicinato tra persone che poteva essere causa di contagio. Incrociando tutti i dati dell’esperimento, risultava che un tempo di esposizione pericoloso fosse intorno ai trenta secondi: sotto i trenta secondi non succedeva nulla, sopra i trenta secondi il virus si diffondeva da una persona all’altra. Nacque così la regola dei «trenta secondi»: ci si poteva parlare guardandosi in faccia solo per trenta secondi, si poteva litigare, ragionare, concionare, baciarsi, trombare, solo entro quel tempo. Ne conseguirono, per chi dava retta alla cosa, alcune curiosità: le liti in famiglia si condussero mettendosi schiena contro schiena e sbraitando guardando i muri che ciascuno aveva dirimpetto, che non era una gran soddisfazione; in compenso, per chi aveva inclinazione alla cosa e ne ricavava gran soddisfazione, i rapporti anali diventarono la normalità. In genere, comunque, ne guadagnò la sobrietà, dato che ogni ragionamento dovette essere ricondotto, per esporlo a un interlocutore ravvicinato, al limite dei trenta secondi. E di questo, furono in molti grati al virus.
La verità è che dopo avere constatato che i vaccini governativi non servivano praticamente a nulla – anche chi si era vaccinato veniva infettato, benché con minore impatto, e intanto si erano già verificate le prime ricadute, con una virulenza inaspettata, oltre al fatto che il contagio sembrava inarrestabile – ci si abbandonava a ogni sorta di ciarlataneria: bevete molto, dicevano alcuni, mangiate agrumi, dicevano altri, fate docce fredde e restate ignudi il più possibile, dicevano quelli, copritevi molto, dicevano questi. Vogliono il panico, si sentiva dire qui; non sanno come affrontare il panico, si sentiva dire lì.
Fu in questo tempo che il sottosegretario Dazio, durante una sua visita a Napoli, dove si continuava a registrare il più alto numero di malati e di morti, definì pubblicamente il profilo del “contagiato atipico”: «Il trenta per cento dei casi gravi è rappresentato da persone giovani senza particolari patologie e attitudini». Capirono immediatamente tutti di «chi» stava parlando: erano i precari, quelli che il sottosegretario Dazio descriveva.
A capire, invece, di «cosa» stesse parlando fu uno solo, un giovane ricercatore dello Spallanzani, che, ormai in scadenza di contratto e con una ragionevole certezza di non vederselo rinnovato, passava le sue ultime giornate di lavoro lambiccandosi intorno le cartelle mediche dei contagiati che erano morti: che cosa univa il grave obeso con la giovane mamma sanissima, che cosa potevano avere in comune quello con un quadro clinico accertato di insufficienze respiratorie con quell’altro che faceva il preparatore atletico dei “pulcini” di una squadra di calcio, questo brillante studente alle prese con la tesi di laurea sperimentale con quest’altro che aveva lasciato presto gli studi per cercare una sua strada nel mondo, quella timorata di dio con questa zoccola professa? Le anamnesi e le analisi del sangue non permettevano di riscontrare ricorrenze tra un caso e l’altro, né era di aiuto, anzi creava viepiù confusione, tutta quella documentazione che i parenti, in un desiderio di chiarezza, avevano fornito: la foto della prima comunione, la tessera di viaggio con l’Inter-rail appena diplomati, il depliant di un alberguccio di Sharm el-Sheik, il badge di una discoteca di Ibiza, il video messo su YouTube di una carnevalata, le immagini di un pestaggio dei carabinieri, le domande di lavoro. Come è sempre accaduto per le grandi scoperte scientifiche, fu il caso a indicare la via maestra: un improvviso colpo di vento da una finestra rimasta aperta mandò per aria le carte, sparpagliandole sul pavimento della piccola stanza del laboratorio. Imprecando ma con pazienza, il giovane ricercatore si mise a quattro zampe per recuperare i fogli e rimetterli ciascuno al suo posto. Proprio sotto il tavolo ritrovò l’uno a fianco all’altro due documenti relativi a Giorgiotti Simonetta, morta tra i primi contagiati, e a Sinibaldo Enrico, che era invece tra i caduti più recenti. Erano due contratti di lavoro atipico che recavano entrambi il logo della società Menschpower, l’uno per «operatore addetto all’imballaggio di uova per mesi 3 [tre]», riguardante il Sinibaldo, l’altro per «addetta all’impianto di irrigazione del terreno antistante, retrostante e circostante la proprietà della famiglia Filo dell’Alfiere, sita in Olgiata, per mesi 4 [quattro]», riguardante la Giorgiotti. Come un forsennato, il ricercatore si lanciò sugli altri fogli, alla ricerca di una conferma, con il cuore che batteva forte: ed eccoli lì, altri contratti di lavoro atipico, undici sempre della Menschpower, sei della Sli [Società per lavori interinali], quattro della Lpt [Lavori per te]. Il contagio era sotto i suoi occhi, terribile e orribile nella sua virulenza, nella sua forza di devastazione. Il virus colpiva e si diffondeva attraverso le forme di lavoro più precarie e prive di diritti. E se questo era il virus, non si era lontani da capire quale potesse essere il vaccino. Quando il sottosegretario Dazio parlò del “contagiato atipico”, il giovane ricercatore era più avanti: lui già sapeva «cosa» ci sarebbe voluto per debellare il male. A cominciare dalla propria condizione.

Le cose, tra Lorenzo e Luciana, andarono più o meno così, alla Grande bouffe dei rampolli di nobile famiglia. Lorenzo era addetto al carico e scarico dei contenitori preparati dal catering, e di bevande e di gastronomia, insomma, stava sul retro, tra i furgoncini, un lavoro oscuro ma necessario. E faticoso, anche perché quasi tutti gli altri giovanotti del service erano pratichi di queste cose e finivano con il lasciare al pivello le incombenze più pesanti. Qualcuno degli ospiti ogni tanto compariva, per fumare una sigaretta o bighellonare o prendere un po’ di pausa da tutte le moine che si facevano dentro. Uno in particolare, alticcio più degli altri, veniva a scolarsi i suoi bicchieri sul retro della villa, per poi rientrare come niente fosse a prendere un altro giro. In una di queste apparizioni, si rivolse a una giovane cameriera col suo vassoio vuoto di flûte intimandole di portargli immediatamente un bicchiere. Alla cortese risposta di attendere solo qualche momento, il rampollo la apostrofò: «Cava, la mia camievievina, sei pvopvio una tvoia». La ragazza avvampò, era tutto un tremito di rabbia contenuta, si sentiva il tintinnio dei bicchieri l’un contro l’altro. Fu Lorenzo, che stava nei paraggi, a dire: «Ma mandalo affanculo». Non era proprio nei suoi modi di fare, nei suoi modi di essere – lui, così schivo e riservato – e fu il primo a sorprendersene, quasi non fosse stato lui a parlare. Ci pensò a lungo, nei giorni seguenti. E ne ebbe, da pensare, nei giorni seguenti. Perché fu l’inizio d’una valanga. Il rampollo, a cui intanto la ragazza aveva portato una flûte, giusto per toglierselo di torno, si avvicinò a Lorenzo e gli gettò tutto il contenuto in faccia. Lorenzo restò un attimo di sasso, poi, mentre con una mano si puliva il viso, con l’altra diede una sonora pizza al rampollo. Si sentì proprio lo schiocco, e subito dopo il fracasso del vassoio con i bicchieri che la ragazza per la sorpresa lasciò cadere a terra. Il rampollo, allora, vomitò addosso a Lorenzo, e intanto il rumore, le urla avevano richiamato gente, guardie del corpo, i ragazzi del catering. Mentre Lorenzo veniva spintonato, immobilizzato, perquisito, il rampollo strepitava e si erano formati due schieramenti contrapposti. Fu Luciana a riportare la calma, lei che era responsabile di tutto per la prima volta e non aveva alcuna intenzione di vedere andare qualcosa storto: arrivò, e si diresse immediatamente verso Lorenzo, a cui mollò un sonore ceffone. Ci fu un improvviso silenzio, e poi dal gruppo dei rampolli partì un applauso: la cosa poteva considerarsi chiusa. La festa riprese, e pure il lavoro. Solo Lorenzo restò come un cetriolo. Guardava trasognato Luciana che continuava a dare ordini a tutti e risolveva ogni piccolo problema che poteva presentarsi, con calma, risolutezza, capacità. Sentì il cuore che batteva forte, impazzito, come mai gli era accaduto. Il mondo gli girava intorno vorticoso, lui impalato lì.
Scoprì di essersi innamorato.

Nicotera, 13 novembre 2009
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