 |
|
|
02 Novembre 2009
Posto fisso, sesso fisso, fissità della politica |
Mi ha sorpreso, iscrivendomi di recente a un social network romano dove si segnala la disponibilità a dare o prendere in affitto una stanza per un periodo, che nella compilazione del proprio profilo da mostrare agli altri utenti – oltre all’età, la professione, alcune attitudini come il fumare o meno e amare o meno la compagnia di animali domestici – alla voce «sesso» una parte considerevole scrivesse: non definito. Non «eterosessuale» o «gay friendly», che pure erano in buona misura segnalati, ma proprio così: non definito. Come se la propria sessualità trovasse poco convincente una declinazione in categorie appropriate. Come se la propria sessualità non aderisse bene al corpo e stesse tutto troppo stretto o troppo largo.
Me ne sono ricordato leggendo un articolo sul «Corriere della sera», in cui un autorevole commentatore intervenendo sulle dichiarazioni del ministro Tremonti a proposito del posto fisso e sulle polemiche che ne erano seguite le definiva una «disputa teologica, come quella sul sesso degli angeli». Guarda, mi sono detto; c’è chi pensa che il lavoro, come il sesso, sia ormai da considerarsi «non definibile», qualcosa la cui definizione non serve alla comprensione.
Forse questa associazione fra lavoro e sesso non è una banale mia suggestione estemporanea se in quella disputa teologica il posto fisso era stato definito da membri del governo un «valore» in quanto costitutivo della famiglia. E cos’altro, almeno secondo i valori tradizionali, se non la definizione di ruoli sessuali certi – un marito-padre, una donna-madre – può costituire una famiglia?
Questa ossessione alla «fissità» è rimbalzata qui e là dopo l’esplosione della bolla finanziaria americana e internazionale, da cui tutto risultò «fittizio», gonfiato di ormoni. Tra le cure e le medicine proposte per riprendersi e impedire future ricadute, il ritorno a un «cambio fisso», a una «moneta fissa» [che sia il dollaro o un paniere di monete nazionali], a un «valore fisso» [l’oro e le riserve auree, secondo tradizione]. Che, insomma, la «merce di valore-scambio» abbia riferimento fisso nella «merce di valore-produzione» [tra parentesi, questo non è Marx, come sbrigativamente è stato detto, ma Ricardo: Marx, contro Ricardo, mostrò, appunto, lo scandalo della merce].
Potete prenderla come una boutade di cattivo gusto, visto il riferimento esplicitamente sessuale, ma io la trovo una definizione azzeccata quella di trans-capitalismo, per indicare quello che ha fatto e sta facendo Obama negli Stati uniti [ruolo strettamente sorvegliato dello Stato in banche e imprese dentro il mercato di capitali] e di trans-socialismo per quello che accade in Cina [ruolo strettamente sorvegliato del mercato di capitali dentro lo Stato]. Non è solo un po’ di questo e un po’ di quello, è qualcosa d’altro.
Forse a questa dimensione frontaliera delle cose, della percezione, dell’immaginario dovremo abituarci, almeno per un periodo; forse i fenomeni che stanno accadendo hanno spinte di segno diverso e opposito: io non credo che la «fissità» sia un valore.
Le nostre forme di vita si muovono adesso indefinite tra precarietà del lavoro e precarietà della sessualità, tra flessibilità del lavoro e flessibilità del sesso. Eppure, non viviamo un tempo di conquista per i nostri desideri, per i nostri piaceri, per la sensualità dei nostri corpi, né per la nostra creatività al fare. Il lavoro è diventato osceno, clandestino, scandaloso per le sue condizioni e prestazioni, scambio sporco, merce avariata, «fuori dalla scena pubblica», quasi materia di gossip; la sessualità è divenuta esibizione, scambio sporco, merce avariata, «fuori dalla scena privata».
Qual è il baratro in cui sono precipitate le opportunità straordinarie di liberare i nostri corpi dalla fatica del lavoro che la tecnologia del tempo ci consente? Qual è il baratro in cui sono precipitate le opportunità straordinarie di liberare i nostri corpi dalla mortificazione del senso verso il piacere e il desiderio che la socializzazione del tempo ci consente?
Io credo che il baratro sia lo smarrimento della politica.
A me – per dire delle cose vicine – di questo parla la vicenda in cui è rimasto coinvolto Piero Marrazzo. «Colto sul fatto», a tutto ha pensato meno che all’unica cosa che avrebbe potuto e dovuto: rendere pubblica, politica la sua vicenda. Non sarebbe stata certo meno drammatica e dolorosa sul piano personale, ma ci avrebbe coinvolto tutti, i cittadini di questa regione, tra volgarità e serietà, battagliando, litigando, ammiccando, ma discutendo pubblicamente, schierandosi, affrontando le questioni. E ce ne sono di «questioni», in questa vicenda. Forse l’esito sarebbe stato lo stesso, ma sarebbe stato un esito pubblico, non una questione privata o di apparati della politica. Io, come cittadino, mi sono sentito privato di una possibilità. Io l’ho votato, Marrazzo: è con me che avrebbe dovuto discutere, se eventualmente rimettere il mandato, non con Esterino Montino.
Il corpo del paese – quel corpo che lavora, desidera, si riproduce, riposa, gode, soffre e muore – non ha leggi giuste, non ha rappresentanza adeguata. Anzi, il corpo del paese, per lavorare, desiderare, riprodursi, riposare, godere, soffrire e morire, deve trasgredire le leggi. La costituzione giuridica che governa i nostri corpi – le relazioni e i conflitti tra i nostri corpi – ha le sue norme fondamentali in astrazioni biologiche e politiche che non hanno più riferimenti reali con la materialità delle nostre vite. Le sue ingiunzioni sono regressive e repressive, corsetti di stecche di balena dove dovremmo infilare i nostri corpi perché ci venga un «vitino da vespa» secondo il dettame, fasce di stoffa da girare strette intorno ai nostri corpi perché non ci si muova troppo e si impari l’abitudine a non dar fastidio. È la politica – l’azione pubblica che contempera e media le relazioni e i conflitti – che è smarrita, che si è sottratta al suo «mestiere»: non ha più missione, dare forme e regole del tempo ai comportamenti del corpo sociale del tempo. E anche: è la politica, il luogo dove questa separatezza e distanza fra vita e norma deflagra in maniera eclatante, abbandonata com’è ormai al privatismo dei comportamenti e delle regole. Nessuna soluzione di continuità è riscontrabile fra bordello e riunione di partito, fra bustarella di tangente e delibera di amministrazione, fra consumo di sostanze e appalto. Non tutto è così, certo; non tutti sono così. Ma la politica si muove tra esibizione e vergogna, tra il farla franca o l’esser beccati e pagare lo scotto, tra scandalo e moralismo, tra iattanza e perdono. La vita privata della politica si rappresenta bene solo in “dagospia.com”, dove si dà conto degli incontri salottieri di potenti industriali e banchieri, editori e cardinali, artisti e militari, anchorman e magistrati, una produzione ininterrotta di chiacchiera a mezzo di chiacchiera, di favori a mezzo di favori, come fossero clown e ballerine, zoccole e maitresse. E viceversa. Dove l’ipocrisia va a braccetto e brinda con la sguaiataggine. Dopo Gomorra di Saviano, il più grande successo editoriale italiano potrebbe essere una Sodoma di Roberto D’Agostino.
Se il berlusconismo ha rappresentato e corrotto nello stesso tempo l’anima di questo paese in un punto critico, l’attitudine a privatizzare ciò che è per natura pubblico, il ritorno alla «virtù pubblica» non può trovarsi nei decaloghi di norme «sane», come fossero gli Esercizi spirituali di sant’Ignazio di Loyola. Una politica sensuale, una politica dei corpi, dei bisogni e dei desideri, che dia forma e norma ai conflitti e alle occasioni del tempo è altro.
Forse, una trans-politica?
Nicotera, 2 novembre 2009
|
 |
| [torna
su] |
 |
|
|