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salva invia
12 Febbraio 2010
L'Italia è disfatta
Ora che le candidature regionali sono praticamente definite ovunque forse vale la pena chiedersi se ci sia qualcos’altro in gioco alle elezioni di marzo, oltre allo score, al risultato finale. Ma sul piano del risultato, a meno di grandi sorprese, che si finisca 8 a 5, o 7 a 6, o quel che l’è, ciascuno dei due schieramenti avrà motivo per trarne soddisfazione: il centrodestra perché parte da uno stato delle cose che li vede governare solo in due delle tredici regioni in gioco, e vincere “amministrativamente” qui e là raddrizza un’anomalia e corrobora il senso di impunita potenza elettorale; il centrosinistra perché nella serie di sconfitte che caratterizzano la sua recente storia elettorale e nel suo continuo riassetto di guide e di alleanze che è sempre una giustificazione di imperfetta efficienza sarà riuscito comunque a resistere in una qualche trincea. Eppure, in molti, dell’uno e l’altro schieramento – e appare a volte più consistente nei portabandiera, Berlusconi e Bersani – sembra prevalere un atteggiamento spassionato, quasi le regionali fossero solo una obbligata parentesi. Certo, non tanto da disinteressarsene, ma non tutti sono sembrati sinora disposti a metterci la faccia e il fegato. L’unico che lo ha fatto davvero, D’Alema, il deputato di Gallipoli nella “sua” Puglia, ce li ha persi, la faccia e il fegato.
Ma è davvero così? Le regionali di marzo sono solo delle amministrative che riguardano il governo decentrato dei territori, con troppe variabili per essere significative di alcunché, refrattarie a una lettura univoca, una scadenza fastidiosa e secondaria da conchiudere presto per passare ad altro, alla “ciccia politica”?
Io credo invece che, aldilà dei risultati, stia accadendo, sia già accaduto qualcosa di importante per gli assetti futuri e la politica del Paese. Per spiegare il mio punto di vista, occorre fare un passo indietro; il modo sofferto, spesso lacerante, con non pochi strascichi lasciati sul terreno, con cui si è arrivati, nel centrodestra e nel centrosinistra, alla scelta dei candidati, indica per la prima volta una scadenza elettorale di questo rilievo – ci sono in ballo regioni popolose e determinanti – affrontata, per dirla eufemisticamente, con una “presa” considerevolmente allentata dei partiti nazionali sui territori. È la prima volta, cioè, che i “territori”, le regioni o le aree regionali, impongono agli schieramenti politici a cui appartengono i “propri” candidati. Se si vuol metterla giù colorita e pesante, è la “rivincita dei cacicchi”. Ma se si vuol provare a ragionare un po’ di più, è l’evidente inizio della progressiva estinzione dei partiti nazionali dalla macchina politica italiana, e la sua regionalizzazione.
Osservando il centrodestra questo sembra più lampante, non foss’altro per la presenza della Lega, partito che nazionale propriamente non vuol definirsi e che della regionalizzazione ha fatto la sua ragion d’essere. Ma la lunga corsa iniziata con largo anticipo dalla Lega, per opzionare e mercanteggiare le candidature a governatore in un certo numero di regioni, ha innescato la reattività delle componenti di Forza Italia e di An, mai davvero sciolte nel Popolo della libertà, in un gioco di tessere di mosaico e di equilibri basati soprattutto sulla difesa della propria filiera di appartenenza. Non si è, cioè, ripetuto ovunque il meccanismo decisionale che aveva portato alla selezione di Cappellacci per la Sardegna e Chiodi per l’Abruzzo, ovvero la scelta operata da Berlusconi in persona, peraltro rivelatasi vincente in entrambi i casi. Ma in quelle occasioni, differenziate nel tempo, le elezioni furono ogni volta un momento di catalizzazione, e rendendole simboliche Berlusconi poté spendere in modo concentrato le sue energie e tutti gli assi delle sue campagne. Evidentemente quella stessa “militanza” non poteva essere messa in campo per marzo [fra tutti i doni e i talenti che possiede, a Berlusconi manca ancora quello dell’ubiquità]. Eppure, non è solo un problema logistico.
Il berlusconismo è, almeno sinora, l‘unica politica nazionale visibile e declinabile in questo paese, di questo paese, l’unica che costruisce “popolo” dal nord al sud, che si specifica in un programma definito – che inizia e finisce con Berlusconi stesso –, che identifica una relazione tra leader nazionale e basi regionali. Berlusconi, proprio la sua persona, è l’unica politica nazionale che “tiene assieme” le aree regionali di questo paese. Ma funziona, appunto, se può esplicitarsi appieno, se può ricondurre a sé ogni questione “regionale” [come accadde in Sardegna – “o me o Soru” – e in Abruzzo – “ho scelto io quest’uomo, fidatevi di me”], così come riconduce a sé ogni questione “nazionale”.
Per le elezioni di marzo le cose non sono andate del tutto in questo modo. La determinazione della Lega – avere accettato di differenziare il logo nelle regioni del nord è un piccolo evento inimmaginabile fino a poco tempo fa, per chi segue l’ossessione di Berlusconi per questi dettagli – ha irrigidito le frazioni di partito dentro il Popolo della libertà. Credo non sia indifferente il fatto che, nel frattempo, le cose di Sicilia abbiano preso una piega inaspettata. La “strana autonomia” di Lombardo ha finito col penalizzare tutti i possibili candidati “indipendenti” di marzo [riconducibili, cioè, direttamente a una scelta di Berlusconi] – un profilo in cui sarebbe possibile riconoscere la Poli Bortone in Puglia, a esempio, o la Todini nel Lazio – per figure di maggiore affidabilità e controllabilità in quanto espressione di frazioni di partito. Maggiore affidabilità e controllabilità per il “dopo”.
L’impressione, insomma, è che la transizione al post-berlusconismo sia già iniziata, a partire da una constatazione che è persino ovvia: la macchina politica messa in piedi da Berlusconi non potrebbe sopravvivere un giorno senza la sua leadership, ma l’effetto devastante di una “pratica del predellino” – di partiti fatti con crociere, kit, oceaniche acclamazioni – non sarà invertito dalla ricostituzione di ciò che gli precedeva: dallo sfaldamento del Popolo della libertà non rinascerà An e non rinascerà Forza Italia, almeno nelle forme che abbiamo conosciuto. Si ripartirà, quando si ripartirà, dai “territori”, o meglio dalle sedimentazioni di consenso e di potere che sui territori pezzi di partito siano riusciti ad attestare. Di fatto, il centrodestra, il Popolo della libertà non è un “partito liquido” ma uno schieramento politico già adesso regionalizzato in roccaforti. Il punto, non secondario, è che esso non esprime più da tempo una politica “nazionale”, se non, appunto, l’identificazione con Berlusconi – che dell’Italia nel mondo fa un gran parlare, ma come di un logo, di un marchio –, ma una ricomposizione tecnica di interessi regionali: le politiche comunitarie ne sono l’esempio più vistoso. Tra le tante “innovazioni” del berlusconismo come fenomeno politico, possiamo metterci pure questa: una sorta di monarchia federativa.
Il paradosso è che non solo il berlusconismo è l’unica parvenza di unità nazionale ma pure il suo opposto, l’antiberlusconismo. Qualcuno sarebbe in grado di declinare il programma politico, la lingua, gli obiettivi del partito di Di Pietro che unisca i suoi militanti dal nord al sud, dal centro alle isole, se non l’identificazione del cambiamento nella scomparsa del berlusconismo? Anche questo sembra funzionare, anche qui è riconoscibile un “popolo”, pur con tutta la fragilità di un movimento di indignazione che proprio per la sua genericità non riesce a “entrare” nei territori, a farsi struttura, amministrazione, governo, potere. Forse, la recente virata di Di Pietro verso la costruzione di più solide alleanze nasce da questa consapevolezza: un forte movimento di opinione intorno un leader non fa una macchina politica. Funziona bene con l’originale, non col suo rovescio. Credo, peraltro, che la sfuggevolezza di Casini, quell’appattarsi a seconda delle convenienze, sia anch’essa il risultato d’una consapevolezza: al contrario di Di Pietro, Casini ha una macchina politica ma nessuna forza d’opinione “in esclusiva”.
Dopo Prodi, che, discutibile o meno, aveva comunque un progetto di riferimento – l’Europa comunitaria – e una pratica partitica – il mescolamento di culture differenti nell’Ulivo –, l’opposizione di centrosinistra, soprattutto in quella struttura di partito – il Pd proveniente dal Pci – che per tradizione e storia aveva la nazionalità, la specificità italiana, come stella polare, si è frantumata in “postazioni”, attestandosi in particolare dove per lunga consuetudine ha accumulato tanto potere e tanto consenso: Emilia-Romagna, Toscana e Umbria. La pratica delle primarie, che nel progetto di Prodi avevano un senso “costitutivo”, si è rivelata balbettante, difettosa, equivoca, anche dove si è mostrata partecipata, col rischio, parafrasando Nenni, di avere le primarie piene e le urne vuote.
Le regionali di marzo, insomma, accentuano, e non solo perché ciò fa parte del loro meccanismo, una evidenza: il berlusconismo con la sua macchina politica ha spazzato via ogni idea di “nazione italiana” – di cultura politica, di lingua politica, di progetto politico italiani – denudando da questa “costituzione” le aree regionali. A mantenere la bandiera sono rimaste “macchine simboliche”, e la presidenza della Repubblica è fra queste. Insomma, disfatta l’Italia, a marzo si disfarranno gli italiani. Finché regge, questa monarchia federativa riesce a tenere assieme queste aree regionali, ma dopo? E anzi, e già adesso? Possiamo sentirci rassicurati dalle parole del presidente della Camera, altra macchina simbolica, che propone di fare «un dibattito» sulla coesione nazionale?
Nell’anniversario dell’unità d’Italia, per la sinistra – qualunque cosa si voglia evocare con questa parola – forse vale la pena chiedersi non solo se questa repubblica sia ancora fondata sul lavoro, ma se esiste davvero ancora una repubblica italiana, un’Italia unita.
Dopo marzo, magari ragionandoci si potrebbero trovare qui ragioni sufficienti per andare oltre l’antiberlusconismo.

Nicotera, 12 febbraio 2010
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